sabato 28 gennaio 2012

Anteprima LoSchermo: memoria e comunicazione

LUCCA, 27 gennaio - Nel giorno della memoria rivedo i filmati della seconda guerra mondiale. Film che abbiamo visto molle volte fin da piccoli, che sembravano di un'epoca lontana e passata. Quando ero piccolo, poi adolescente, certi brevi spezzoni, i documentari storici dell'archivio luce o dei cinegiornali apparivano - pur essendo vicini - storia d'altri tempi. Le figure dei soldati o degli sfollati nei campi, le immagini sui libri di storia, erano documenti trascorsi. Finiti.

Oggi trasmettono ancora una volta quelle immagini. Per non dimenticare, è la linea di base. Ma invece che dimenticare, sento  una nuova modernità in quei fatti. Si avvicinano. I soggetti delle immagini sono persone come noi - che potremmo essere noi - di cui percepisco la sofferenza o l'ottusa convinzione di supremazia come fosse la prima volta. Forse perchè la certezza che tutto quello che é accaduto non accadrebbe di nuovo sta svanendo.

Trent'anni dopo le deportazioni la gente era certa che non avrebbe mai più voluto assistere a tanta disumanità. Oggi - conferma del postulato che l'uomo non apprende mai niente dalla storia - forse abbiamo perso quella certezza. Forse si ha paura di qualcosa che sentiamo, in fondo, potrebbe ancora accadere. Allora percepiamo quelle immagini del passato contriti dalla pressione che subiamo ora per la cattiva comunicazione della crisi, degli accadimenti, del futuro.

E quello che sembrava passato storico in un contesto che buttava il passato per abbracciare il boom e l'edonismo, il culto del futuro, torna adesso, drammaticamente, l'appena ieri. Viaggiamo nel tempo quando riflettiamo sui fatti del passato in un contesto, perché percepiamo la realtà storica con le ottiche della contemporaneità, dell'ambiente rilevante. Con le sue specifiche indicazioni di positività - e allontanamento dalla storia - e negatività - con la sensazione che certe cose non siano mai state superate, siano ancora possibili.

In questo la comunicazione presenta una delle complessità più frequenti, quella di dipendere in realtà dall'ambiente storico e dalla propria esperienza in relazione al tempo in cui si sviluppa la percezione del messaggio.

É un meccanismo analogo a quello per cui l'informazione - la comunicazione del fatto - impressiona o meno il lettore in relazione alle esperienze vissute: la notizia del terremoto oggi, dopo che quasi tutti al centro nord l'hanno avvertito, ottiene maggiore attenzione da parte delle persone rispetto alla notizia di un terremoto analogo, avvenuto lontano da noi e che non ci ha coinvolto personalmente. Un principio che la legge del giornalismo moderno conosce bene, come quando si annuncia una catastrofe avvenuta in un paese lontano e si sottolinea la presenza o meno di italiani coinvolti, cosa che non cambia la sostanza (o la portata, o la gravita) della notizia: si lavora per creare coinvolgimento emotivo nel pubblico, per garantirsi ascolti, o lettori. Occorre un nuovo futurismo che faccia dell'internet open il proprio propellente.

L'analisi di un fatto in relazione alla sua collocazione storica, oltre l'ovvio posizionamento temporale, é quindi determinata anche dalla nostra personale esperienza, che ne diversifica la percezione.

Come il giornalismo sensazionale alimenta la dispercezione delle parole, del loro valore semantico, allo stesso modo la percezione alterata dal contesto può determinare sensazionali differenze delle idee. 

Così il giorno della memoria sembra spostarla nel tempo, la memoria. Sembra ieri. Potrebbe essere domani. Pensiamoci.

sabato 31 dicembre 2011

Duemilaundici e... ultima

No, non si poteva chiudere il 2011 senza un ultimo post. Da mesi siamo all'arrambeggio di una nave che cambia colore, si teletrsporta e rimpicciolisce per poi ingigantire all'improvviso. Qualche volta l'abbiamo avvicinata, ma lei è sfuggente. Abbiamo in serbo un'arma segreta, però: il tempo. E così, benvenuto nuovo anno. Ci dai altro tempo per imparare nuove cose, per tornare a scrivere e per nuovi arrembaggi. La prossima volta con la ciurma giusta.


domenica 7 agosto 2011

Francesismi 2.0

Al lavoro per una ormai improcrastinabile imbiancatura del blog, appreso qui da Paolo Iabichino dell'iniziativa francese, prevedo come andrà.

giovedì 28 luglio 2011

A Midsummer American Quote

"There is more money wasted in advertising by underspending than by overspending.
Years ago someone said that underspending in advertising is like buying a ticket halfway to Europe. You've spent your money but you never get there."


Quanto è vero, quanta ragione aveva Morris Hite. Quanto spesso noi di mmad abbiamo assistito alla triste pratica di ottimizzazione dei processi di acquisto anche (!) per gli investimenti. Quanto è difficile esercitare la nostra professione di pubblicitari in una nazione dove certi comportamenti aziendali errati - che altrove farebbero fallire le imprese - qui non determinano conseguenze particolari perché la competitività si ottiene soprattutto grazie alle connivenze, anziché con la qualità imprenditoriale.

A volte dipende dalla forte miopia del committente - ovvia conseguenza dell'onanismo da ostentazione delle presunte capacità dell'imprenditore - che spreme le agenzie a misurarsi tra loro in una girandola del risparmio sul budget che non premia nessuno, men che meno i risultati attesi. Altre volte - più semplicemente - viene meno la capacità di intendere la pubblicità come un investimento strategico, la si considera una spesa obbligatoria alla stregua delle tasse, e come per le tasse si chiede al professionista come pagare di meno.

Le conseguenze della stupidita sono sempre danni, per tutti.

lunedì 25 luglio 2011

L'acqua e la comunicazione

Entrambe necessarie, la prima per la vita, la seconda per la vita intelligente.

Ma se l'acqua è la comunicazione, cosa sono i mezzi? Il mare è il web, non c'è dubbio. I fiumi sono la TV, i laghi l'affissione, i ruscelli le TV locali. I canali artificiali sono la stampa quotidiana e periodica.

L'avvento del web è stato come uno schiaffo sull'acqua (che è la comunicazione), con lo stesso effetto dirompente dell'arrivo della televisione, ben più amplificato perchè ha coinvolto l'intera umanità in tempi relativamente brevi.

Ora, dopo la sbornia di presunta anarchia, la tendenza è quella di ritrovare in certo modo il controllo dei flussi, demandando ai grandi attori di questa reazione digitale il compito di tranquillizzare il mare della rete.

domenica 26 giugno 2011

anteprima LoSchermo n. 13 - Giornalismo Terrorismo

Potremmo parlare del perché. Definire relazioni e vanti, collusione e maniera. Perchè a guardare bene quello cui si allude con il titolo è un punto di vista, ma anche una minaccia presente che ha radici passate e implicazioni future. Perciò, meglio fermarsi alle considerazioni oggettive.

"Il web ha scosso gli equilibri dell'informazione", ormai lo dicono tutti e tutti ne fanno oggetto di disquisizione, strumento di rilancio, motivo di affermazione personale. È una bolla che si cavalca, un'opportunità per nuovi guadagni, anche per molti che non hanno le capacità ma credono di potersi buttare. Certo, chi si improvvisa in un mestiere produce quasi sempre disastri. Ma non è per questo che parliamo di comunicazione pericolosa.

Gli equilibri dell'informazione come qualcuno li definisce non esistono. Sono altri.

Che significa equilibrio? Dal latino æquus (uguale) e lībra (libbra, bilancia) indica qualcosa che non si sposta da un lato o dall'altro, che ha raggiunto una stasi almeno temporanea. Però se parliamo di stampa, di informazione e comunicazione, l'equilibrio non sta nella relazione oggettiva dei fatti rispetto alle parti coinvolte, ma nel rapporto tra i poteri, tra politica e mezzi di informazione. L'Italia, al solito, primeggia in situazioni non consuete.

Dal Risorgimento, i mezzi di informazione (allora solo giornali) nazionali hanno prodotto una costante e compenetrata relazione con il potere. Ossia non solo il necessario flusso di comunicazione prodotto dal potere/fonte dell'informazione, ma la meno scontata partecipazione del potere nei consigli di amministrazione dei media. Con molte sicure e illustri eccezioni, la nostra storia è piena di riferimenti a mezzi di comunicazione più propagandistici che informativi, ben celati da un ordinistico spirito tutto teso alla tutela della reputazione. Anche usando tecniche filtrate per coinvolgere i lettori.

I mezzi di informazione di massa, dopo aver appreso la teoria della risonanza mediatica - la stessa che spinge il kamikaze verso bersagli emblematici e noti per far più notizia - hanno iniziato a praticare una strada per certi versi simile, senza uscita, che costeggia un blando consenso ma giungerà al rigurgito del vecchio giornalismo.

Arriva così sempre più spesso anche per le testate minori la scelta di un linguaggio che non si risparmia parole forti, un certo azzardo nell'esposizione realistica e un certo vigore fisico nel condurre l'informazione. Tentativi di riconquista di un pubblico che progressivamente e inesorabilmente li abbandona. Certi giornali, fin dalla loro fondazione, lo usano in modo conclamato. Altri, in modo progressivamente diffuso, ci stanno arrivando.

Questo stile cattura seguaci ma stimola un circolo vizioso tra i portatori di notizie, una maniera stupida di apprendere, interpretare e commentare superficialmente il messaggio. Atteggiamenti imitati e ormai molto diffusi, cui spesso assistiamo, a volte anche tra i commenti a questo giornale.

Perché è certo più semplicistico e facilmente condivisibile far propri linguaggi e modalità comunicative sopra le righe, urlate, volgari, come fossero l'unica espressione possibile dell'indignazione o del nostro punto di vista. Di cui siamo sempre meno sicuri, per la mancanza di chiarezza espositiva, scosso dai toni stessi del messaggio, più che dal suo contenuto.
Il messaggio che il giornalismo ha l'obbligo di trasmettere è la notizia, assieme agli strumenti per renderla comprensibile al lettore.

Marshall Mcluhan, di cui il 21 luglio ricorre il centenario della nascita, scrisse nel 1964 che "il mezzo è il messaggio". Approfondiremo. Per assonanza e per l'evoluzione dei linguaggi allora: il tone of voice è il contenuto.

Probabilmente per molto giornalismo e certe associazioni di potere conta di più il tono con cui raccontiamo la notizia della notizia stessa. I motivi sono molti, facilmente deducibili. Quindi quel giornalismo che abusa dei modi che inveiscono, sarcastici o aggressivi, non stigmatizza i protagonisti delle cronache, anzi colpisce con violenza il valore e il contenuto stesso dell'informazione, distorcendolo e influenzando il lettore.

È una forma di lotta (politica in senso assoluto) sofisticata, perché aggiunge agli attentati e ai sabotaggi della notizia anche gli aspetti intrinsecamente commerciali di un sistema che - per ovvia ammissione degli stessi attori - persegue obiettivi di profitto. Significa che il capitale indirizza i contenuti, in molti modi possibili, più o meno evidentemente, con maggiore o minore consapevolezza dei giornalisti stessi che spesso scrivono e trasmettono l'informazione in pieno rispetto della presunta autorevolezza delle fonti, dimentichi a volte - per abitudine, per inedia o per interesse - dello spirito critico, e soprattutto della moderazione.

L'immagine che ho scelto non è un fotomontaggio, sono due locandine affiancate proprio in quel modo, che mostrano la notizia da un diverso punto di vista. Un po' troppo diverso, però.

Non ci resta molta scelta. Di fronte ad un sistema giornalistico che non vuole aggiornarsi, è nostro diritto non essere trattati da stupidi. Ci vuole attenzione.

È notevole che siano gli stessi giornalisti a raccontarci come deve essere il giornalismo, i decaloghi che il vero cronista sa rispettare, come ci siano professionisti e cialtroni. Altrettanto rimarchevole è che il professionismo abbia perso il suo onore, impegnato ad abbassare lo sguardo - prima puntato sugli obiettivi - verso le proprie tasche e quelle dei vicini proprietari.

Il web non è la panacea, ma ci permette di avere più sorgenti di informazione. E di scegliere chi riteniamo autorevole. Finchè le persone non si organizzeranno per controllarlo, sarà il nostro nucleo antiterrorismo mediatico.

Nel frattempo stiamo imparando a mediare l'informazione tra le varie fonti, al posto di chi è anche pagato (e premiato) per farlo.


sabato 11 giugno 2011

Abbiamo Vinto

Il premio nazionale TP Emanuele Pirella.